fase due

La fase due. Quando una passeggiata in città diventa disagio

Fase 2…

La Regione Toscana allenta un pochino i cordoni: si può fare una passeggiata a piedi o in bici lontano da casa.

Senza uscire dal Comune. 

Sono due mesi che, come tutti,  sto rinchiuso, e ho fatto per settimane solo il tratto casa – studio per andare a lavoro, per aiutare pazienti che avevano urgenze non rimandabili. 

Una quotidianità alterata, un tragitto diventato quasi distopico, tra strade deserte e costanti controlli di polizia (avrò consegnato sei o sette autocertificazioni per quanti posti di blocco ho fatto…)

Inizia ora però la fase due, e in vista di una riapertura quasi normale decido di prendere un po’ di respiro.

A breve dovremo recuperare due mesi di stop, e tremo già al pensiero degli straordinari che dovrò fare.

Ci sono lavori in corso da finire e consegnare, igieni periodiche da fare, cure tamponate in emergenza da portare in sicurezza.

Tutto si è accavallato e sono già in ansia. Non ho mai fatto attendere più del dovuto nessuno, ho sempre tenuto l’agenda stretta senza accettare troppi nuovi pazienti, faccio un’odontoiatria slow per pochi ma scelti pazienti.

E vorrei continuare così, perché siamo piccoli e non voglio dare disservizi.

Quindi penso, ci perdo il sonno, le settimane di quarantena sono state un inferno, tra la paura di ciò che accadeva e l’ansia di ciò che sarà. 

Ho bisogno quindi di camminare, perché è dai tempi del cammino di Santiago che penso che il miglior modo di pregare sia con i piedi.

E siccome non posso andare in Chiesa, e siccome sono sempre rinchiuso e in preda a paure più o meno logiche, mi serve camminare TANTO per pregare TANTO.

 

Mi avvio verso la città.

 

Come da sempre (io sono nato e vissuto a San Concordio) il primo passo è superare la ferrovia. Il sottopasso nato qualche anno fa lo riconosco a fatica, e capisco che è strano perché meno sporco del solito (sic!). Si vede che non ci passa più nessuno.

Mi avventuro con passo felpato. So che posso, la legge me lo consente, ma sento quel filo di disagio assurdo che nasce da un periodo ancora più assurdo. Ricordo e riconosco, ma perché sembra passata una vita? In fin dei conti sono due mesi, mica decenni. 

Eppure cammino, è mattina presto, e già di base incrocerei poche persone. Oggi ancora di meno. 

Un signore arranca in bicicletta sulla salita, è anziano e visibilmente infastidito dalla mascherina. 

In tempi normali avrei chiesto se aveva bisogno di aiuto, ma ora? Non posso avvicinarmi…Da distanza chiedo comunque se serve una mano, lui mi ringhia “no no stai lontano!”

Accidenti, volevo solo essere gentile e utile, ma vado via veloce. Non lo biasimo, è solo spaventato come tutti noi. In tempi difficili penso sia giusto perdonare la scontrosità, è figlia di dolori e paure che non sappiamo. E ognuno ha le sue. 

Continuo ancora più guardingo, i prati intorno alle mura sono alti ma pensavo peggio, “l’arborato cerchio” avrà bisogno che qualcuno gli faccia la barba, quante piante sono spuntate?

E questa cosa mi colpisce ancora di più in centro, in Piazza San Michele.

Sui gradini dove di solito vedi turisti o lucchesi sedere, si affaccia l’erba. Ciuffetti verdi tra i marmi, una natura che appena l’uomo si fa da parte non esita un secondo a farsi avanti. Riprende il suo posto, come se fosse stata lì, in un’attesa sorniona.

Appena il sapiens allenta un attimo la sua presenza invasiva, ecco che nasce il verde… 

Ho ripensato a un documentario di qualche tempo fa, dove si faceva un giochino intrigante: ma se l’uomo sparisse dalla faccia della terra, in quanto tempo si perderebbe ogni traccia del suo passaggio?

Era impressionante, ma bastavano poche centinaia di anni. E oggi lo capisco, lo vedo dai segni di 8 settimane di relativa assenza, figuriamoci cosa accadrebbe in decenni.

Continuo il mio giro, incrocio poche persone.

La prima che vedo faccio un timido buongiorno (memore del vecchietto sulla salita) e lui non risponde. Sta rinchiuso dietro la sua mascherina, così come io dietro la mia. Il problema è che sono un camminatore di montagna, e lì è bello e normale salutare chi incroci nel sentiero. Un bel sorriso complice tra fratelli di fatica. Ma qui è diverso, qui è città, qui è aria da coprifuoco un po’ allentato, qui c’è la paura dell’altro. 

Come saranno le nostre relazioni? Come farò in studio con i nuovi pazienti o i bambini che non mi conoscono? Come riuscirò a spiegare, rassicurare, inventare una relazione medico-paziente se sto rinchiuso in una tuta da palombaro? 

Abbiamo già così tanta paura dell’altro, cosi poca fiducia, così tanto risentimento e aridità.

Questo virus, al di là delle sofferenze e delle morti drammatiche, porterà come vittima secondaria (ma comunque importante) la socialità e il riconoscersi nell’altro. L’uomo è un animale strano, possiede dei neuroni specchio che fanno sì che impari dall’osservare se stesso attraverso l’altro. Se non possiamo più specchiarci per la barriera di paura e mascherina, cosa accadrà?

Ho solo domande e non ho risposte, qui son tutti esperti e non mi metto in mezzo anche io.

Dico solo che ho paura e che il mondo andrà reinventato. 

Proseguo in via Fillungo, poco sole che filtra tra i palazzi. Le vetrine sono tutte chiuse, e noto che molte sono incartate. Molti cartelli affittasi, ognuno prova a lasciare un suo messaggio. Andrà tutto bene, per la sicurezza tua e nostra decidiamo di chiudere, continuiamo la vendita on line, ci vediamo presto, stiamo lavorando per riaprire. Anche qui non so, noto che le uniche vetrine vive sono quelle di catene, negozi di una economia di scala che ha spalle assai robuste. 

Il piccoletto, l’artigiano, il tizio con la partita iva (tipo me) incarta la vetrina. Un ammaina bandiera triste e stanco, vuoi vedere che il capitalismo vincerà anche stavolta? Non per fare il marxista da quattro soldi, il Capitale l’ho letto da ragazzo e mi ricordo poco, ma qui c’è davvero da chiedersi chi sopravvivrà. Chi avrà la voglia, la tenacia, la “cazzimma” di affrontare questo tsunami. E chi già era debole, chi a stento galleggiava, temo proprio avrà il colpo di grazia. 

Dicono che il mercato sia darwinista, che in una sorta di selezione naturale da giungla economica sopravvivranno solo i più adatti. E questo un po’ mi consola, perché se è vero questo concetto (e credo che lo sia) c’è spazio di manovra. Perché si è detto i più adatti, non i più forti. 

Circa 50000 anni fa (ma secondo alcuni studi anche 200 mila anni fa) il Sapiens (cioè noi) abbandonava la culla del Tigri e dell’Eufrate per affacciarsi in Europa. In Europa c’erano altri esseri, i Neanderthal. 

[questa cosa va ricordata ai razzisti scemi: noi amici cari siamo afriani, i veri europei erano scimmiotti assai grezzi che sono estinti]

Ecco che i sapiens si scontrano con i Neanderthal ,e i Neanderthal sono più forti. Più grossi, più massicci, più tosti. Ma alla fine sono stati spazzati via. Perché noi eravamo più adatti a sopravvivere qui. C’è chi dice che il nostro vantaggi sia stata la parola, che comunicavamo e quindi imparavamo, oppure che il nostro DNA fosse più tollerante alle radiazioni solari (siamo africani infatti: produciamo vitamina D con i nostri melanociti, pare che il cugino Neandhertaliano avesse  un sistema immunitario più carente e meno pronto). 

Quindi c’è stata un’evoluzione, qualcuno ha perso e qualcuno è diventato dominante. Il problema, se vogliamo continuare nel gioco del paragone, è che in questo esempio c’è stato uno sconvolgimento di migliaia di anni, i due gruppi hanno coabitato a lungo prima dell’esenzione degli scimmioni. 

Noi oggi siamo invece travolti dalla velocità.

Nel 900 la vita umana è stata stravolta dalle innovazioni tecnologiche, nell’ultimo decennio abbiamo accesso a una mole di dati e informazioni mostruosa, il mondo sembra rivoluzionarsi un giorno si e l’altro pure. 

E quindi non si capisce un tubo, è tutto troppo dannatamente veloce. E una roba naturale come una pandemia, che caratterizza la vita umana da sempre, oggi sembra cosi storica e drammatica perché impatta in un mondo dove tutto è ferocemente amplificato. 

Talmente esasperato che ti ritrovi a leggere i pensieri di un dentista che passeggia nella sua città di origine in una mattina così strana da meritare uno sfogo su carta (anzi no, su blog!)

Alla fine si riduce a un problema di abitudini.

Io sono anziano dentro, e come tutti i vecchi mi circondo di routine che consolano e tentano di mettere un cerotto all sconvolgimento di questo mondo così veloce. 

Cammino quindi, e cerco le solite strade note, e butto un occhio per cercare un forno aperto. Dio quanto mi piace mangiare la focaccia mentre cammino in città…

Ma tutto è chiuso, tutto spento, giustamente i lavoratori attendono a riaprire.

Vedo però una signora, una turista. Parla in inglese con suo marito, guardano il cellulare seguendo penso google maps. Che strano, due turisti? Come cavolo avranno fatto ad arrivare, ma allora i voli funzionano? Una roba normale come due turisti a passeggio oggi mi sembra così assurda.

Ma sono provvidenziali: la signora ha un sacchetto di carta con scritto buon appetito!

Eureka! Allora qualcuno è aperto! Qualche matto tipo me garantisce le urgenze non differibili, e Gesù mio io sento una fame davvero non procrastinabile!

Come un tonno annaspo verso la zona da cui veniva la tipa di Albione, arranco assetato nel deserto e la prima pasticceria che incontro…chiusa!

Devo resistere, ce la posso fare, dopo c’è il Giurlani, quelli sono matti di lavoro peggio di me, credo fossero aperti anche durante la guerra, saranno loro sicuramente…nulla, sprangati!

Affranto vado verso la fine della strada, almeno mi guardo le mura un attimo poi giro e torno a casa, anche oggi niente cornetto come da troppo tempo a questa parte. Ma alla fine chi l’ha dura la vince, e trovo il barino fornitore degli inglesi che vende paste da asporto!

Entro baldanzoso e urlo buongiornooooo!!!!

Pensavo la mascherina attenuasse un po’ l’entusiasmo ma temo di no, credo il pasticcere mi abbia preso per scemo… Anche lui vedo che è stranito, mi sa che è il primo giorno che riapre, e visibilmente emozionato mi chiede: “cosa le incarto??? Possiamo solo preparare da asporto”

Benissimo giovanotto, mi dia quel cornetto glassato che tanto voglio mangiare e camminare, sono multitasking, faccio ben due cose insieme!

Pago, esco veloce veloce, apro il sacchetto e…..aaaaaaaaaah profumo di gioia, di abitudini, di stupide cose che fanno sorridere, zucchero e burro, farina che fa male all’intestino ma chi se ne frega, il virus mi deve trovare grasso e con la glicemia stellare. 

Mi tolgo la mascherina, afferro il cornetto, la salivazione aumenta, mi scende quasi una lacrima dalla soddisfazione…neniii neniii!!!!

La Polizia!

Una panda della polizia passa di lì, apre il finestrino e mi fa: scusi ma deve tenere la maschera alzata. 

Guardo il poliziotto. 

Guardo il cornetto. 

Giuro stavo per finire nei guai. 

Poi il mio allenamento da lavoro mi fa essere diplomatico, sorridente, abituato a rispondere tranquillamente anche quando sento delle palesi stronzate. 

“Mi scusi agente, vado a consumare a casa”. Rimetto la maschera sul naso, il poliziotto soddisfatto di aver fatto il suo dovere di salvatore della salute pubblica saluta, chiude il finestrino, e la panda blu rombante se ne va. 

Confesso la mia colpa: aspetto 5 minuti, non c’era più nessuno. Ne’ un passante, ne’ un piccione, giusto il pasticcere che mi guardava al di là della vetrina. 

Veloce mi tuffo nel sacchetto, mangio vorace tipo Fantozzi con le polpette, e provo quel misto di goduria e senso di colpa che hai nell’infrangere leggi un po’ imbecilli. 

Me lo sono goduto veloce ma oh, ragazzi, che soddisfazione!

Sperando che questa mia pubblica confessione non mi conduca direttamente in carcere, mi avvio carico di grassi idrogenati e olio di palma verso casa. 

Dopo la quarantena esco finalmente e penso in sequenza alla nuova sociologia, ai rapporti umani, alla fatica di un lavoro arretrato, a come stabilire rapporti tra medico e paziente, a dove andrà l’economia, a chi sarà più adatto, a quanto sono buoni i cornetti specialmente se illegali, a come sia bella la Costituzione e le libertà personali, al fatto che dovrei andare in vacanza o in terapia perché Dio santo penso davvero troppo. 

Benvenuti nella fase II, per oggi ho dato e mi vado a rintanare in una comoda quarantena. 

 

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Comments 5

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    Bellissimo!
    Almeno non avete i 200 metri di limite da casa ?

      ahahahahhaha mi sa che sei in astinenza da maratone!!!

    Simpaticissimo “diario” di una “mattina particolare”!!! Complimenti dottore, ho letto con piacere ed ho passato 10 minuti di serenità!!! A presto! Maria Pia Pellegrini

      Grazie, di cuore 🙂

    Complimenti bravo continua cosi!!ottimo lavoro Grazie!!

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