
Tempo di lettura: ~15 minuti
Sì: la parodontite si può curare, ma va capito bene cosa significa.
Nella pratica clinica, “curare” vuol dire fermare la progressione della malattia, ridurre o eliminare l’infiammazione, abbassare il rischio di perdere i denti e mantenere il risultato nel tempo.
Non è una singola seduta miracolosa, ma un percorso fatto di diagnosi precisa, terapia non chirurgica, eventuale chirurgia quando serve e soprattutto richiami di mantenimento personalizzati.
Le linee guida EFP-SIdP sul trattamento della parodontite di stadio I–III e IV vanno esattamente in questa direzione.
Nell’affrontare questo tema, mi sono rifatto anche a una pagina molto chiara e ben costruita del collega dott. Gallone, che spiega in modo efficace i sintomi, la terapia non chirurgica, la chirurgia e il mantenimento.
La cito volentieri perché su temi come questo il confronto tra colleghi è utile: la parodontite è frequente, spesso sottovalutata, e richiede un linguaggio semplice ma rigoroso per essere compresa a pieno dai pazienti.
La parodontite non è una malattia rara né “da pochi sfortunati”.
La SIdP, nelle sue linee guida, ricorda che la parodontite è una delle malattie croniche non trasmissibili più diffuse al mondo, con una prevalenza elevata nei Paesi industrializzati e forme gravi che coinvolgono stabilmente più del 10% della popolazione mondiale.
Nello stesso documento viene riportato che, in quei contesti, la prevalenza complessiva può superare il 40%.
Il vero problema, però, non è solo quanto sia diffusa: è che spesso viene scoperta tardi.
Molti pazienti convivono per anni con gengive che sanguinano, alito cattivo, spazi che si aprono tra i denti o una lieve mobilità, senza capire che non si tratta di “gengive delicate”, ma di una malattia che sta lentamente riducendo il supporto dei denti.
Anche la pagina del collega che ho citato insiste giustamente su questo punto: il sanguinamento non va normalizzato.
La parodontite è una malattia infiammatoria cronica dei tessuti che sostengono il dente:
gengiva, legamento parodontale, cemento radicolare e osso alveolare.
In termini semplici, non riguarda solo la superficie della gengiva, ma il sistema che tiene il dente ancorato in bocca.
Quando questa struttura viene colpita, il dente può perdere stabilità, spostarsi e nei casi peggiori andare perso.
Qui c’è una distinzione fondamentale: gengivite e parodontite non sono la stessa cosa.
La gengivite è un’infiammazione superficiale e reversibile.
La parodontite invece comporta perdita di attacco e di osso, quindi un danno vero.
La cura ha lo scopo di fermare la malattia e stabilizzare la situazione, non di far finta che il danno non sia mai esistito.
Le linee guida EFP-SIdP sono molto chiare nel distinguere questi livelli e nel basare la terapia su stadio e grado della malattia.
Sì, ma bisogna essere precisi.
Se per “curare” intendi riportare tutto esattamente allo stato originario in ogni paziente e in ogni situazione, la risposta seria è no.
Se invece intendi bloccare la progressione, ridurre l’infiammazione, diminuire la profondità delle tasche, controllare il rischio biologico e mantenere i denti in funzione per molti anni, allora sì: la parodontite si può curare eccome.
È esattamente questo l’obiettivo della terapia parodontale moderna.
Le linee guida EFP-SIdP propongono un approccio a step:
Prima si lavora su igiene orale e fattori di rischio, poi si esegue la terapia non chirurgica sottogengivale, poi si rivaluta.
Se restano tasche profonde o difetti difficili da mantenere puliti, si considera la chirurgia.
Infine, si entra nella terapia di supporto a lungo termine.
Questo schema è importante perché smonta una falsa idea molto diffusa:
La parodontite non si “risolve” con una pulizia unica, ma con un percorso strutturato. Il punto fondamentale è che la parodontite si può fermare.
I sintomi più comuni sono spesso sottovalutati proprio perché all’inizio sembrano modesti:
Il punto scomodo da dire è questo:
Le gengive sane non dovrebbero sanguinare.
Questo non significa che ogni sanguinamento sia già parodontite avanzata, ma significa quasi sempre che c’è infiammazione e che va capita la causa.
Aspettare che compaia dolore è un errore, perché la parodontite iniziale spesso è quasi silenziosa.
La causa di base è la placca batterica, cioè un biofilm complesso che si accumula sui denti e sotto gengiva.
Ma fermarsi qui sarebbe riduttivo, perché la parodontite non dipende solo dal fatto che “uno si lava male i denti”.
Conta anche molto come il tuo organismo risponde a quel biofilm e quali fattori di rischio sono presenti.
La SIdP cita tra i più importanti fumo, diabete non compensato, stress, obesità e predisposizione genetica.
Questo spiega perché due pazienti con una quantità di placca apparentemente simile possano avere evoluzioni molto diverse.
Ed è anche il motivo per cui la terapia seria non si limita alla rimozione del tartaro:
deve includere controllo dei fattori di rischio, istruzioni di igiene, eventuale supporto medico quando ci sono condizioni sistemiche rilevanti e un piano di richiami realmente personalizzato.
La diagnosi non si fa “guardando la bocca a occhio”.
Si fa con una visita strutturata che comprende:
Le raccomandazioni pratiche SIdP includono proprio diagnosi di gengivite/parodontite, valutazione dei fattori di rischio e follow-up di supporto.
In pratica, noi ci facciamo tre domande:
quanto è attiva l’infiammazione, quanto supporto è già stato perso, e quanto rischio c’è che la malattia progredisca ancora.
Questa impostazione deriva direttamente dalla classificazione attuale per stadio e grado, che serve a costruire un piano sensato invece di proporre la stessa cura a tutti.
Noi poi ci mettiamo il carico da novanta e per vedere bene ogni singolo dettaglio usiamo anche in fase di diagnosi il microscopio operatorio
Nella maggior parte dei casi, la prima terapia vera è non chirurgica.
E qui va chiarita una cosa: non stiamo parlando della “solita pulizia”.
La terapia causale parodontale comprende istruzioni di igiene orale personalizzate, motivazione del paziente,
rimozione di placca e tartaro sopra e sotto gengiva e strumentazione sottogengivale accurata per eliminare deposito batterico e tossine radicolari.
Le linee guida EFP-SIdP identificano questo step come la base del trattamento della parodontite stadio I–III.
E non è un dettaglio: se questa fase è eseguita bene, una parte importante dei pazienti migliora al punto da non aver bisogno di chirurgia.
Il punto di vista opposto, però, va detto:
questa fase funziona bene solo se anche il paziente lavora bene a casa.
Se in studio riduciamo l’infiammazione ma il biofilm torna subito in modo massiccio, il risultato si perde.
La chirurgia non è sempre necessaria, e non è nemmeno una medaglia al valore.
Serve quando, dopo la terapia non chirurgica e la rivalutazione, restano tasche profonde o difetti che non si riescono a mantenere puliti in modo prevedibile.
Le linee guida e la pagina del collega convergono proprio su questa logica.
Le opzioni possono essere diverse:
Le linee guida SIdP includono anche PDTA specifici per difetti infraossei e forcazioni.
Qui serve schiettezza: operare troppo presto è un errore, ma anche rimandare la chirurgia quando è indicata lo è.
La vera qualità non sta nel fare più bisturi possibile o meno bisturi possibile, ma nel fare lo step giusto al momento giusto.
Se dovessi scegliere una sola fase davvero decisiva nel lungo periodo, sceglierei il mantenimento parodontale.
Una volta controllata la malattia, il paziente entra in un programma di richiami personalizzati perché la parodontite è una malattia cronica con rischio di recidiva
Le linee guida EFP-SIdP lo considerano uno step essenziale, non accessorio.
Questo significa richiami ogni 3, 4 o 6 mesi a seconda del rischio individuale.
Dipende da:
Qui c’è una verità che a volte al paziente non piace sentire:
la terapia parodontale non finisce quando le gengive smettono di sanguinare.
Finisce, semmai, quando il paziente entra in una routine di controllo e supporto che gli permette di restare stabile negli anni. Quindi si, la parodontite si può fermare senza interrompere mai la cura periodica.
Nel nostro studio il microscopio operatorio ha un ruolo importante anche in parodontologia,
soprattutto quando vogliamo lavorare con più precisione e meno trauma.
La letteratura sulla microchirurgia parodontale descrive vantaggi come migliore visibilità, incisioni più accurate,
gestione più fine dei lembi e qualità superiore delle suture.
Per il paziente, tradotto in parole semplici, significa:
La microchirurgia, con ingrandimenti e strumenti dedicati, è associata a un approccio mini-invasivo che punta proprio a questo.
Ma qui è giusto essere onesti:
il microscopio non cura da solo la parodontite.
È uno strumento che migliora alcune fasi diagnostiche e chirurgiche.
Dire “curiamo la parodontite col microscopio” sarebbe uno slogan; dire “il microscopio ci aiuta a fare alcune parti della terapia in modo più preciso” è molto più corretto.

microscopio operatorio
Sul laser bisogna evitare due errori opposti: venderlo come miracolo oppure bocciarlo a priori.
Noi lo consideriamo uno strumento aggiuntivo, non una scorciatoia.
Il laser a diodo è interessante soprattutto come supporto alla gestione dei tessuti molli e della decontaminazione.
Le review più recenti riportano possibili benefici come riduzione della carica batterica, supporto alla guarigione dei tessuti molli, minor sanguinamento e possibile riduzione del discomfort post-operatorio.
L’erbio ha una logica diversa:
interagisce molto con acqua e tessuti duri, e viene studiato per il suo ruolo nel debridement delicato della superficie radicolare,
nella rimozione di tessuto infiammatorio e nel supporto alla decontaminazione del sito.
Il laser, sia diodo sia erbio, non sostituisce la strumentazione meccanica sottogengivale e non sostituisce il mantenimento.
Le evidenze migliori lo collocano come adjunct, cioè come supporto ben scelto dentro un protocollo corretto:
diagnosi seria, terapia causale, rivalutazione, eventuale chirurgia, richiami.
Separarlo dal resto del percorso sarebbe un errore.

laser erbio
Qui la risposta meno spettacolare è anche quella più vera: tantissimo.
La terapia professionale non regge bene nel lungo periodo se a casa non c’è controllo di placca efficace.
Le raccomandazioni pratiche SIdP includono proprio informazione del paziente, valutazione dei fattori di rischio e follow-up di supporto.
In pratica significa:
Il punto di vista opposto, però, va detto chiaramente:
non basta “lavarsi bene i denti” per guarire da soli una parodontite già diagnosticata.
L’igiene domiciliare è essenziale, ma non sostituisce la terapia professionale.
Le due cose devono lavorare insieme.
Questo è forse il messaggio più importante:
grave non significa automaticamente irrecuperabile.
Esistono pazienti con perdita ossea importante e mobilità iniziale che,
con una terapia ben fatta e mantenimento rigoroso, riescono a tenere i propri denti per molti anni.
Il fatto stesso che esistano linee guida specifiche per la parodontite di stadio IV lo dimostra:
anche i casi complessi hanno percorsi di gestione strutturati.
Naturalmente, questo non significa raccontare favole.
Non tutti i denti si salvano, e non tutti vanno salvati a ogni costo.
A volte la scelta migliore è salvare molti denti e rinunciare a pochi elementi con prognosi ormai troppo sfavorevole,
per proteggere meglio tutto il resto.
La qualità di un approccio parodontale si misura anche nella capacità di distinguere ciò che è recuperabile da ciò che è solo emotivamente difficile da perdere.
No.
La gengivite è reversibile e superficiale.
La parodontite comporta perdita di attacco e di osso.
No.
Il sanguinamento è un segnale di infiammazione e va valutato, anche se non c’è dolore.
Si può controllare molto bene, ma richiede mantenimento nel tempo.
Pensarla come una malattia “chiusa” dopo una seduta è sbagliato.
No.
Molti denti possono essere mantenuti a lungo con terapia corretta e richiami regolari.
Di solito è ben tollerata.
Nei casi più sensibili si può usare anestesia locale e protocolli più confortevoli.
No.
Serve quando, dopo la terapia iniziale, restano tasche o difetti che non si controllano bene altrimenti.
No.
Può essere un supporto, ma non sostituisce la strumentazione meccanica e il protocollo completo.
Serve in alcune fasi, soprattutto mini-invasive e chirurgiche, perché aiuta precisione, visibilità e delicatezza sui tessuti.
Può funzionare, ma il fumo peggiora prognosi, guarigione e stabilità dei risultati.
Non esiste una frequenza uguale per tutti.
Per molti pazienti si va da 3 a 6 mesi, in base al rischio.
Spesso sì.
Prima si controlla la malattia, poi si valuta come stabilizzare i denti e il morso.
Sì.
Il diabete è uno dei fattori sistemici più importanti e la SIdP ha anche prodotto raccomandazioni pratiche su percorsi di cura integrati in presenza di altre condizioni mediche.
Micros s.r.l. | P.Iva 02567860461 | Direttore Sanitario Dott. Riccardo Marsalli, iscritto Albo odontoiatri di Lucca n.509 | Autorizzazione Sanitaria n.204/20
